Il Secolo 21

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Il cinquantesimo del 30 giugno 1960. Che successe a Genova?

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Siamo giunti alla commemorazione degli scontri di piazza avvenuti a Genova il 30 giugno di 50 anni fa. Perché quelle giornate sono importanti da ricordare per chi c’era e ancor di più per chi non vi era? Il Secolo 21 lo ha chiesto a Fulvio Cerofolini, presidente provinciale dell’ANPI, uno degli animatori di quelle giornate. In questi giorni durante i quali Gianni Plinio, non eletto alle regionali, ma sempre pronto a sparigliare le carte ad un revisionismo in chiave astorica e auto assolvente,  si appella allo stato perché la Regione Liguria ha finanziato le iniziative di commemorazione, di fatti proclamati a sua detta come eversivi, la necessità di ascoltare un testimone diretto dei fatti, del contesto storico/politico, internazionale, nazionale e genovese svela la possibilità di costruirsi la propria opinione possibilmente al di fuori delle campane ideologiche e delle sirene revisioniste. Sino a che combattere il fascismo in questo paese sarà un valore e sino a quando la lotta aperta contro gli abusi di questi tempi sarà bollata come sovversiva, ci si potrà ricordare sempre di come la storia sia fatta dai protagonisti, spesso rimasti all’ombra, piuttosto che dagli storici, gli analisti della politica, i professionisti della stessa e i funzionari dei tribunali.

On. Fulvio Cerofolini. Presidente provinciale ANPI. Foto Alejandra Daglio

In che contesto avvennero i fatti del 30 giugno di 50 anni fa?

Il contesto internazionale:

Dal punto di vista internazionale eravamo a pochi anni da alcuni eventi che hanno messo a soqquadro vecchi equilibri da tempo consolidati. La crisi del colonialismo, la Francia che si doveva ritirare dalle sue colonie, dalla polveriera algerina come dall’Indocina. In Occidente eravamo a pochi anni dalla rivolta anti sovietica ungherese soffocata dai carri armati. Quella costituì la prima incrinatura del Patto di Varsavia, eravamo in piena guerra fredda. Il 1960 è quel periodo di incubazione che è poi esploso nel ’68 con la rivolta giovanile.

Il contesto italiano:

Sul piano nazionale era un momento di grande fibrillazione politica: la DC era al potere ininterrottamente dal 1947 e alle soglie degli anni ’60 si trovava a fare i conti con il fatto che le era sempre più difficile governare con quella maggioranza ( socialdemocratici, repubblicani e liberali). Le difficoltà poggiavano sui rapporti numerici di una maggioranza risicata, ma soprattutto sulle questioni sostanziali di politica economica.

Il contesto genovese:

Arrivando a Genova, dal punto di vista produttivo, gli anni’60 sono ricordati come gli anni del miracolo economico, ma un miracolo che a Genova non era arrivato: sino ad allora eravamo reduci delle grandi operazioni di ridimensionamento e trasformazione del potenziale industriale, soprattutto a partecipazione statale, che hanno interessato decine di migliaia di lavoratori con battaglie sindacali epiche, scioperi lunghissimi e occupazioni di fabbriche.

Con questo panorama economico e sociale che gravava sulla città la situazione politica genovese ovviamente non poteva non risentirne. Al Comune nel ’51 si era insediata una maggioranza quadripartita con sindaco DC: l’onorevole Pertusio. Ad un certo punto di sono ritrovati a non avere più la maggioranza in Consiglio comunale e quindi chiesero e ottennero l’appoggio di 3-4 consiglieri del MSI. Di fatto diventava una maggioranza legata al Movimento sociale, l’erede politico ideologico del partito fascista, infatti i dirigenti erano tutti gerarchi di grande livello del passato regime. L’esperienza durò pochissimo perché era palesemente incongrua rispetto alla realtà storica di Genova e alla sua tradizione e in quel breve lasso di tempo che visse provocò una presa di posizione rigida della dirigenza nazionale del partito socialdemocratico, il Segretario nazionale Matteo Matteotti, figlio di Giacomo, ordinò agli assessori del suo partito di uscire da quella Giunta. L’abbandono determinò la crisi dell’amministrazione comunale e la successiva nomina del commissario prefettizio.

Quando accaddero i fatti del 30 giugno il comune di Genova non aveva un’amministrazione ordinaria.

Questi eventi si intrecciano e si accavallano con analoghi momenti di crisi del Governo nazionale: dopo vari tentativi di formare un governo con una maggioranza e un programma su cui lavorare si arriva a Tambroni, dell’ala sinistra della DC, che realizza un’intesa, sempre con il vecchio quadripartito e con l’appoggio esterno del MSI. Questo suscitò molta tensione nel paese e anche nello steso governo tanto che dopo poche settimane 3 ministri democristiani, fra i quali il senatore Bo, di Sestri levante, si dimisero. In questo contesto giunse notizia che l’MSI aveva annunciato di fare il proprio congresso nazionale a Genova chiedendo e ricevendo dal governo il sostegno adeguato con l’invio in città del nuovo questore Lutri. I missini fanno sapere che il congresso si terrà al teatro Margherita, oggi sede della vecchia Feltrinelli, a 50 metri dal sacrario dei partigiani sotto il ponte Monumentale e che il presidente onorario del congresso sarebbe stato l’ex prefetto Basile, il quale durante, l’occupazione tedesca come prefetto di Genova, firmava i bandi per le deportazioni, per l’arruolamento coatto e per le fucilazioni.

La provocazione era dichiarata ed esplicita, l’MSI cercava una sorta di legittimazione dopo 15 anni di ombra disprezzati da tutti, in quel momento come stampella del governo sente di poter tentare di fare una cosa così eclatante a Genova, città medaglia d’oro della resistenza.

Cosa ricorda di quelle giornate e del giorno degli scontri?

Targa per la medaglia d'oro al valore militare per la città di Genova.

Comincia subito una grande mobilitazione, il 30 giugno è stato un evento che ha coinvolto tutte le locali forze politiche d’ispirazione democratica. I promotori sono stati fondamentalmente due soggetti: l’ANPI e la Camera del lavoro CGIL. Furono organizzate assemblee in tutti i quartieri, riunioni nelle fabbriche e costituzione ad ogni livello di comitati di protesta, fu una moltitudine di prese di posizione contro l’intervento missino. Si costituisce anche il comitato dei partiti che aderiscono alla protesta: comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani e radicali. L’ANPI convoca tutti i comandanti delle Brigate partigiane ed è un fiorire di iniziative e manifestazioni, anche molti parroci e professori si schierano apertamente. Il congresso dell’MSI era stato preventivato per il 5/6 luglio. Per il 28 giugno ANPI, Camera del lavoro, il comitato dei partiti e il consiglio federativo della resistenza decidono di promuovere una manifestazione pubblica in piazza della Vittoria. Chiamiamo Pertini a parlare. In parallelo la Camera del lavoro proclama per il 30 giugno uno sciopero di 4 ore pomeridiane di tutte le categorie della provincia. Siamo convocati dal Prefetto che, ricordando che il Governo aveva intenzione di garantire la libertà di riunirsi ai missini, ci propone di rinunciare alla manifestazione dicendo che il congresso si sarebbe tenuto a Nervi invece che in centro.

Rifiutiamo all’unisono prontamente.

30 giugno 1960. Manifestazione contro il congresso del MSI.

Arriviamo così al 30 giugno, giorno di sciopero. Alle 15.30 in Piazza dell’Annunziata c’erano ancora poche persone, alle 16.15 cominciamo a muoverci e la manifestazione si ingrossa sino a piazza De Ferrari dove realizziamo di essere una marea di gente, via XX settembre era stipata eravamo, in centomila. Si arriva in Piazza della Vittoria e verso le 18.00 la manifestazione si scioglie, ma la mobilitazione continua. La maggioranza delle persone che tornano indietro risalgono Via XX si scontrano con la polizia (era accorsa per l’occasione anche la tristemente famosa celere di Padova) la polizia comincia a girare vorticosamente per la piazza cercando di sfollarci, ma in un battibecco sono finiti nella vasca . Gli scontri durano sino alle prime ore notturne. Mentre qui a Genova la polizia  con il suo atteggiamento provocatorio era stata sconfitta e il congresso del MSI non si sarebbe fatto, la polizia si prende la rivincita a Reggio Emilia, Catania e Roma. ( Per approfondimento). Dopo quei fatti il governo Tambroni nei primi giorni di luglio si dimette.

Perché oggi si ricorda con orgoglio chi ieri contestò apertamente, mentre allo stesso tempo si bolla come estremista chiunque contesti altrettanto apertamente la situazione attuale?

La protesta che i centri sociali impersonificano è del tutto legittima e comprensibile, guai a mettere in discussione il diritto di protestare contro la deriva che  stiamo vivendo. La protesta è da contestare quando a queste rivendicazioni si associano degli episodi di violenza.

Genova è ancora una città di sinistra?

Genova è una città democratica e per fortuna conserva ancora un apprezzabile e concreta memoria di quello che è stata la guerra, il fascismo, la resistenza ed è una città che sa e saprà sempre battersi per conservare il patrimonio della resistenza, cioè la Repubblica e la Costituzione. Se questo si chiama essere di sinistra allora è una città di sinistra.

Che cos’era il fascismo di ieri e cos’è il fascismo di oggi?

Manifesto antifascista. Sede ANPI Genova.

Ieri la dittatura feroce che come tale aveva soppresso qualsiasi libertà producendo ignobili leggi razziali, trascinando l’Italia in una guerra finita tragicamente e in ultimo offrendo la sua collaborazione alla Germania anche quando la stessa divenne nemica e occupante del nostro paese.

Oggi il fascismo a parte le parate provocatorie, le sceneggiate dei vecchi riti mussoliniani e gli atti teppistici che sono compiuti qua e la senza essere repressi adeguatamente, si esprime attraverso quel messaggio che è lasciato trasparire dalle vocazioni plebiscitarie, alla sudamericana con il rapporto diretto fra il condottiero e il popolo, bypassando le istituzioni, dai propositi autoritari, dalla spericolata richiesta di assegnare maggiori poteri al condottiero del governo, unite con le lamentele per l’eccessivo peso che la Costituzione della Repubblica assegna al Parlamento e al Presidente delle Repubblica.

Le COOP hanno perso il loro ruolo fondante di organizzazioni lavorative nate per la tutela del lavoratore per diventare aziende che come le altre perseguono in primis la maggiorazione dei loro introiti, a scapito dei lavoratori, allo stesso tempo anche i sindacati sono diventati un’istituzione conservatrice di burocrati che con le rivendicazioni dei lavoratori hanno poco a che vedere. In che momento si è invertita la rotta snaturando le rispettive funzioni?

E’ un giudizio che non condivido totalmente, non mi ergo a difensore né del sindacato né delle COOP, però non mi sentirei di accettare questo giudizio. Bisogna che le COOP siano consone nel comportamento dal riconoscimento che li viene dalla storia e dallo stesso dettato costituzionale, ogni atteggiamento diverso è da considerarsi negativamente e fortemente rischioso per il futuro dell’istituto cooperativo.

La funzione del sindacato oggi è di fronte a un dilemma non da poco, nella tendenza di conferire più potere d’azione alle categorie a lasciare alla confederazione un mero compito di rappresentanza formale. Bisogna invece ribadire l’importanza della confederalità, che le camere del lavoro debbano avere il loro potere. Una grande sfida è anche costituita dal tutte le nove di categorie di lavoratori che devono essere tutelati, in primis immigrati e precari.

Per approfondimento, un saggio storico e la sua sintesi e immagini.

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Written by Il Secolo21

giugno 28, 2010 a 9:16 am

2 Risposte

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  1. Il 30 giugno 1960 il popolo genovese insorse contro il congresso nazionale dell’allora partito neofascista, MSI, e contro il governo che tentò di sdoganare gli eredi del tragico ventennio. L’esplosione di rabbia dei 100.000 studenti, portuali ed ex partigiani – che in breve tempo sfuggì al controllo della Camera del Lavoro e del PCI per dilagare in scontri violenti con la polizia – portò all’annullamento del congresso e alla caduta del Presidente del Consiglio Tambroni.

    E’ per questi motivi che il 30 giugno genovese, e i moti del luglio ‘60 nel resto d’Italia, rappresentano per noi uno splendido esempio di spontanea determinazione, scaturita da una urgenza antifascista e subito estesa a tutti i campi dello sfruttamento e contro tutti i suoi guardiani. E’ per questi motivi che la rivolta del 30 giugno, il sangue sparso dagli assassini in divisa e la violenta repressione del luglio, la vogliamo portare dentro i nostri cuori in ogni momento della vita.

    Il 30 giugno deve essere tutti i giorni, deve essere ogni qualvolta si incrocia un fascista, si vede una celtica o un saluto romano. Deve rivivere ogni qualvolta un partito razzista semina odio fra poveri e si insinua nelle nostre strade. Lo spirito del 30 giugno deve rinascere tutte le volte che un manganello si alza a difesa del padrone, ogni qualvolta un padrone deruba lo sfruttato, fino a che non ci saranno più guardie, né padroni, né sfruttati.

    E’ per tutti questi motivi che per noi il 30 giugno non è una ricorrenza. E’ per questi motivi che ci troviamo alquanto in imbarazzo a sfilare a fianco di istituzioni cittadine revisioniste in una parata svuotata di significato. Comune, Anpi, Cgil ed eredi del PCI hanno fatto propria questa data in occasione del 50° anniversario nonostante abbiano chiaramente abbandonato, se mai l’hanno adottata, sia la pratica antifascista che una politica anticapitalista. Hanno cercato, tramite la partecipazione alla commemorazione, di esaltare l’ideologia democratica con tutte le malefatte collaborazioniste che si porta dietro. Fingono di non ricordare che la democrazia stessa condannò col carcere alcuni dei protagonisti della rivolta genovese.

    Ma noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo. La giunta comunale e i vertici dell’Anpi cercano di dipingere come una vittoria della Costituzione i moti del giugno/luglio ’60, nonostante chi conserva memoria storica sappia bene che in quella data vinse la sommossa contro le istituzioni stesse che permisero il reinserirsi del fascismo. Cgil e partiti comunisti rifondati cercano di aumentare i consensi fra la gente ammantandosi di finto ribellismo, nascondendo sotto la maschera l’avvallo di gravissimi provvedimenti contro i lavoratori come contro tutti gli sfruttati (vedi il recente ricatto di Pomigliano, così come la passata introduzione di precarietà e lager per immigrati), collaborando attivamente a politiche repressive e puntando ad avere un posto nei palazzi del potere. Tentano in tutti i modi di volgere verso i propri interessi la rabbia delle persone, incanalandola nel vicolo cieco del Diritto. Ricordiamo, a scanso di equivoci, che la Costituzione stessa adottò gravi leggi emanate nel fascismo, e la democrazia accettò senza troppi indugi l’insediarsi in parlamento dell’MSI, formatosi appena 2 anni dopo la nascita della Repubblica.

    Come detto, noi non dimentichiamo. E’ sempre con un certo imbarazzo che vediamo lo svolgimento di cortei pacificati in luogo delle fiamme dell’insurrezione di allora. Più passa il tempo e più si addormenta lo spirito di quelle giornate del ‘60, svuotato da tante parole senza fondamento e slogan ormai velleitari. Ci fa male sentire il silenzio dei cuori passando in corteo davanti ad una sede fascista, come davanti ad una caserma di carabinieri macellai o dei padroni della Confindustria. Ci fa male sapere del sindaco Pd genovese che parla da un palco laddove cinquant’anni fa si ribaltavano le camionette della polizia.

    Ci rivendichiamo e facciamo nostri i blocchi stradali messi in pratica sabato 26 giugno 2010 da una quarantina di compagni, in occasione di un provocatorio comizio del segretario nazionale di Forza Nuova, il neo-nazista e mafioso Roberto Fiore. Allo stesso modo rilanciamo con determinazione a nuove contestazioni contro i razzisti della Lega Nord ogni qual’volta si facciano
    vedere nelle nostre strade. Questa è per noi una forma di reale resistenza quotidiana.

    Antiautoritari/e

    luglio 3, 2010 at 12:14 pm

  2. Ricevuto da Angela Burlando, Consigliere Comunale Sinistra ecologia e libertà.

    Il 30 giugno 1960, durante il Governo Tambroni,, si sarebbe dovuto svolgere a Genova il congresso del M.S.I. al quale partecipavano personaggi dolorosamente noti per avere contribuito alla deportazione di dissidenti.
    La scelta della nostra città, medaglia d’oro per la Resistenza, come sede di un avvenimento non gradito, fu vissuta come una provocazione.
    La reazione degli intellettuali e dei lavoratori fu immediata e ne derivò una ribellione popolare che il Governo cercò di sedare impiegando contro i manifestanti il Reparto Celere della Polizia che ritenne di usare la forza.
    Piazza De Ferrari ed i vicoli costituirono i punti più problematici dello scontro; vi si verificarono fatti molto gravi anche se non mancarono episodi di solidarietà tra manifestanti, soprattutto tra portuali e polizia.
    Ciò che accadde fu ovviamente interpretato in maniera contrapposta dalla destra e dalla sinistra; la prima vide nell’impossibilità di svolgere il proprio congresso la violazione di un diritto. La seconda a sua volta ritenne una provocazione avere imposto a Genova lo svolgersi di un avvenimento assolutamente indesiderato.
    A distanza di cinquanta anni la sinistra riafferma il suo convincimento mentre qualche politico di destra rielabora una presunta sconfitta e chiede alla Corte dei Conti ed all’Autorità Giudiziaria una verifica delle attuali scelte politiche della sinistra stessa.
    I fatti del 30 giugno 1960, soprattutto il modo in cui fu gestito l’ordine pubblico, sono stati per la città una ferita profonda la cui memoria ha attraversato il secolo rimanendo viva nel tempo.
    Per gli addetti ai lavori invece hanno costituito un modello da evitare tanto da creare quello che definirei un “sistema Genova” basato sulla mediazione ed il dialogo, fino alla terribile parentesi del 2001, quando sul territorio genovese operarono funzionari che non conoscevano la città.
    Gli anni 70 caratterizzati da un terrorismo che a Genova ha fatto vittime sia tra le forze dell’ordine che tra operai ed intellettuali, hanno visto i lavoratori accanto ai poliziotti.
    Insieme hanno lottato per una Riforma, capace di difendere i diritti di tutti, forze dell’ordine comprese, ed intesa come garanzia e tutela dei cittadini.
    Viene spontaneo chiedersi se siano tuttora validi i principi di una Riforma di Polizia, fortemente voluta ma apparentemente superata da quanto accaduto in occasione del G8 e negli anni successivi che hanno visto Magistratura e Governo procedere su linee diverse se non opposte.
    La risposta è sicuramente affermativa ma, in un momento in cui il dissenso di massa verso decisioni governative che incidono pesantemente sulla vita, appare senz’altro possibile, vale la pena di aprire un dibattito con la città.

    ilsecolo21

    luglio 3, 2010 at 1:01 pm


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