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Il razzismo elegante fra le parole. Di Giacomo Solano

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In questi anni si fa un gran parlare del fenomeno immigrazione senza sapere veramente di cosa si discorre. Molti giornali, telegiornali e pseudo-esperti raccontano l’immigrazione sbagliando già la base del discorso: chi parla, spesso, utilizza una terminologia erronea e approssimativa in modo da fuorviare l’audience e indirizzare parti dell’opinione pubblica verso una determinata opinione (spesso contraria e discriminatoria verso gli immigrati). L’uso di termini di per sé già carichi di un significato valoriale e di giudizio inficia di fatto la possibilità di un approccio sereno verso i fenomeni migratori: approccio che dovrebbe radicalmente cambiare a partire quindi dalle parole usate.

Già nelle parole cominciano i processi discriminatori.

Per fare un po’ di chiarezza bisogna incominciare a mettere in evidenza come esistano 3 tipi di flussi migratori: interni, esterni di manodopera non qualificata ed esterni di manodopera qualificata.
Questa classificazione permette di cogliere un importante punto riguardo a ciò che noi chiamiamo immigrazione:

la maggior parte della popolazione riconosce, accetta e vede di buon occhio l’esistenza di una classe internazionale di lavoratori dotati di grandi competenze professionali che si muovono secondo percorsi professionali che si snodano, nel corso del tempo, su più paesi, e la conseguente presenza di imprese e personale straniero sul proprio territorio. Ma molti non riconoscono come legittimo il fatto che anche lavoratori dotati di poche competenze possano spostarsi in un mercato del lavoro internazionale o che possano “darsi” a piccole attività imprenditoriali (come aprire un ristorante, un call center, un negozietto etc.)

Questi secondi processi continuano ad essere trattati erroneamente come immigrazione, in un approccio che vede l’immigrato e l’etnicità (esempio: si parla sempre di ristorante etnico e mai di ristorante tipico) come alterità, cioè come qualcosa di estraneo, esterno da noi, di totalmente differente.
Per quanto riguarda i gruppi di immigrati si possono mettere in evidenza alcune cose, legate sia alla terminologia che al concetto di comunità.
In primis il fatto che spesso il termine comunità venga usato a sproposito (comunità di immigrati) per riferirsi all’appartenenza nazionale delle persone immigrate. Infatti vi sono gruppi di immigrati di una stessa nazionalità fortemente coesi in cui il gruppo dà vita ad una comunità (per esempio i Senegalesi) ma ci sono nazionalità in cui i singoli individui rimangono frammentati e l’aggregazione si ha in genere nella famiglia e nei clan (per esempio gli Albanesi).
Spesso infatti si vanno a trascurare le differenze profonde che si hanno all’interno di uno stesso gruppo nazionale: la nazionalità non solo spesso non coincide con la comunità ma può anche essere una vera e propria anti-comunità.
Analogamente si può vedere come si faccia un uso improprio del termine comunità riguardo agli immigrati usando le accezioni di “comunità straniere” o “comunità di recente immigrazione”.
La comunità viene così ad essere erroneamente intesa come un contenitore e come etichetta superficiale per identificare un gruppo di persone diverse. In questo modo il riferimento alla comunità può diventare un modo per individuare persone diverse da noi, segnalarle come tali indipendentemente dal fatto che loro vivano o meno quest’appartenenza comunitaria.

Questa prassi di mettere in evidenza l’appartenenza di determinati individui a comunità diverse dalla nostra è sicuramente un processo elegante di razzismo mascherato in quanto porta a retoriche del tipo: sono diversi da noi, non sono assimilabili o non si vogliono assimilare e quindi sono una minaccia alla nostra purezza, alla nostra identità e perciò è giusto espellerli, ghettizzarli, imporgli le nostre regole e i nostri usi.

Si può inoltre rilevare come questa presunta appartenenza ad una comunità, che può anche esistere realmente, è un’appartenenza decisa dall’esterno: è la maggioranza esterna che li segna attraverso un processo di graduale esclusione correndo quindi il rischio di confondere la comunità con un enclave delimitata da chi sta intorno. La comunità per gli immigrati può svolgere una funzione escludente sia per causa esterne, come ho già accennato, o per cause interne (per esempio legati a problemi di leadership, nel caso in cui un leader per mantenere il controllo sulla comunità tenta di ridurre al minimo i contatti con l’esterno magari con la scusa di dover garantire l’identità). Ma è anche vero che la comunità può avere anche un ruolo positivo, aggregante e di aiuto per queste persone che spesso sono a rischio di marginalità sociale; nella comunità si riesce così a vincere la solitudine e le difficoltà materiali.

In conclusione uno sguardo sui limiti e i fallimenti delle politiche e delle filosofie di inclusione e di integrazione sociale dei Paesi europei nel corso del ‘900. Tre sono i modelli che si possono notare.
Il primo è il modello tedesco che negava agli immigrati qualsiasi possibilità di assimilazione attraverso l’acquisizione della cittadinanza in quanto gli immigrati venivano considerati semplicemente lavoratori ospiti. Questo modello non si può nemmeno considerare di integrazione visto che qualsiasi forma di inserimento nella società tedesca era di fatto negato.
Il secondo è il modello francese, nel quale si chiedeva agli immigrati di annullare le proprie particolarità culturali per assimilarsi completamente; in cambio la Francia concedeva la piena cittadinanza agli immigrati. Questo modello è miseramente naufragato e ne sono prova le rivolte nelle banlieu di pochi anni fa.
Terzo modello è quello inglese in cui l’integrazione era intesa come coesistenza dei vari gruppi che dovevano mantenere la loro diversità: ciò ha portato al fatto che le comunità si chiudessero in sé stesse e rimanessero separate dal resto, quasi ghettizzate.

Nelle società odierne, caratterizzate sempre più dalla presenza di persone provenienti da tutto il mondo, si sta vivendo una delicata situazione che può condurre alla mixofobia, cioè alla paura di ibridarsi, di mischiarsi con l’altro, di farsi colonizzare culturalmente e razzialmente (termine aberrante che uso proprio per meglio far capire la pericolosità di certe inclinazioni e paure) o alla mixofilia, cioè alla volontà di creare una società mista, meticcia dove ognuna mantenga sì le proprie particolarità ma in un clima di rispetto e comprensione reciproca favorito anche dall’individuazione di un nucleo comune ed universale di valori e regole.

Se si riuscisse a trasformare la mixofobia in mixofilia si potrebbe far sì che le città e la nostra società si trasformino da campi di battaglia a laboratori culturali. Sicuramente ormai naufragato il mito del melting pot, cioè quello di fondere in un unico calderone tutte le culture fino a far perdere i tratti specifici delle diverse identità, visto che con i processi di globalizzazione le stesse stanno riacquistando sempre più un ruolo preponderante nell’immaginario delle persone, si dovrebbe andare affermando quello della salad bowl: il contenitore è unico ma le singole componenti, pur mescolandosi fra loro, non si fondono mantenendosi ben riconoscibili. In questo scenario ipotetico i differenti individui convivrebbero fra loro grazie al riconoscimento e al rispetto dell’altro: ma questa forma di convivenza non si dovrebbe fermare al mero riconoscimento, anzi si dovrebbe cercare di individuare un nucleo condiviso di valori, regole e principi che possano fare da collante fra le varie componenti di questa società complessa.

Gli occhi di una madre non hanno nazionalità.

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Written by Il Secolo21

luglio 1, 2010 a 1:12 pm

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