Il Secolo 21

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Storia di un interinale di provincia (seconda puntata). Di Paolo Odello

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Continua la saga dell’interinale di Provincia raccontata da Paolo Odello. Lavoratori che si affannano a discutere dei propri diritti durante la pausa, il senso di spaesamento è grande, solo l’esperienza aiuta a capire dove e come si possono godere di indennità,  tra altro previste dalla legge, ma non corrisposte dall’azienda. E i diritti si conquistano sul campo, nella quotidianità del lavoro, nella fatica, che diventa rabbia e coraggio di rivendicare quello che spetta. Eravamo rimasti alla mensa, dopo la mattinata alle presse gli operai, si ritrovano per mangiare. E si discute di buste paga…

“Tu quanto hai in busta?”

“Più o meno sui novecento, euro più euro meno”

Più o meno. Una risposta non si nega a nessuno, ma la cifra esatta no, quella non si dice. Con quel misto di paura e pudore tutto contadino si gira intorno alla risposta. Circa, più o meno, dicono. Di cifre esatte non si parla. Malfidenti per natura giocano in difesa: “A lui cosa interessa quanto prendo io?”.

“Sui novecento non ci arrivo nemmeno con tutto lo straordinario fatto a maggio”

“Eh grazie lui fa i turni” spiega Beppe. I più giovani lo ascoltano, gli altri lo rispettano perché lui è uno che la sa lunga. In fabbrica da anni, anche Beppe chiama i padroni per nome, “gli dà del tu”.

Mastica di politica. Sempre pronto a dirsi anarchico individualista se gli chiedi di impegnarsi in prima persona. Conosce le dinamiche della Euroemme e per questo evita accuratamente di prendere posizione.

In mensa non viene quasi mai, ma è in fabbrica da anni. Non dall’inizio, la sua anzianità la puoi contare sulle dita di una mano, però è riuscito a ritagliarsi uno spazio tutto suo. E gli basta. Non vuole rotture, ma si intrufola in ogni discussione. Una frase buttata lì, con calcolata reticenza  e il gioco è fatto. Come quando ha buttato nel mucchio la frase sull’indennità di turno, senza però dire che cosa diavolo fosse.

Già, l’indennità di turno.

Ne abbiamo parlato, discusso senza arrivare a niente. Ma soltanto nel giorno di paga quelle due parole sono diventate reali, concrete. La norma è diventata chiara dissipando anche gli ultimi dubbi. E così anche la sfera di applicazione.

Tra forchettate di pasta riscaldata e bocconi di pane e frittata ne abbiamo parlato l’ultima volta ieri. Nella mezz’ora della pausa pranzo.

“Tu che hai studiato spiega un po’…”.

“Il lavoro protratto oltre le normali dodici ore di apertura della fabbrica deve essere retribuito in modo diverso, in altre parole la tua retribuzione oraria cambia se tu fai i turni o no”.

“Una maggiorazione di pochi centesimi per la seconda ora se fai il primo turno, per le ultime due se fai il secondo. Il contratto nazionale considera la prima ora del primo turno, dalle 6 alle 7 per capirci,  come “accensione macchine” in mancanza di un turno di notte”.

Il contratto però non lo ha mai letto nessuno.

Quello strano librone zeppo di parole e percentuali che penzola di fianco ai cartellini, all’entrata, non invoglia alla lettura.  È misteriosamente comparso a una settimana esatta dalle prime domande. Ma non ha cambiato nulla nel modo di agire e di pensare della fabbrica. “Io non so se ho diritto. Ho chiesto a quelli degli uffici e mi hanno detto di non preoccuparmi e loro sanno come funziona”.

“Nei hai diritto tu, come tutti gli altri è scritto qui”

“Sono mesi che faccio i turni, ma di questa indennità non ho mai sentito parlare”.

La discussione si è poi allargata anche al tavolo vicino: “A me invece la pagano, ma il mio è un contratto diverso sono un interinale”.

“Sulla nostra ignoranza, sulla paura di chiedere  ci campano da sempre e…” le ultime parole sono cadute nel vuoto. I diritti hanno poca audience. I soldi invece, quelli sono capaci di calamitare l’attenzione di tutti.

“Se ha ragione lui allora ci devono dei soldi”.

Si può accettare di tutto contrattazione individuale, ricatti, la paura di non vedersi riconfermato il contratto alla scadenza se chiedi la cosa sbagliata, ma sui soldi non si scherza.

In maggioranza arrivano dalla valle. Figli e nipoti di contadini – finiti in fabbrica perché “siamo tutti della vallata e il vecchio era amico di mio padre” – sono diffidenti per natura, malfidenti come si dice qui. Non credono ai miracoli: “perché se uno di fuori ti promette mare e monti tira a fregarti”.

“Sarà, ma se non ce la pagano vuol dire che non devono farlo”.

“E se avesse ragione lui? Vado dai sindacati a chiedere” ha tagliato corto Claudio.

Operaio a tempo determinato ha iniziato a parlare “coi sindacati” alla fine del lavoro precedente. Una parte dichiarata e in regola, le altre ore in nero perché “se dovessi pagare tutto non potrei assumerti”. Licenziato da un giorno all’altro si è visto negare anche la liquidazione.  La rabbia più forte del rispetto che si deve “a chi  con i tempi che corrono mi ha dato comunque da lavorare”, Claudio è andato “dai sindacati”. Ora lo consiglia. Retribuzioni diverse per lavori uguali. Statuto dei lavoratori, articolo 18, contratto nazionale, alla Munters Euroemme sono soltanto parole. Figli e figliastri, sempre. Così chi ha ottenuto qualcosa, o spera di ottenerlo, si defila. Calmo e in disparte, inghiotte rospi su rospi con la paura di perdere anche quel poco.

Parlando di turnazione, conti alla mano la disparità di trattamento è evidente. Salta all’occhio.

La fabbrica post moderna: stessa mansione, contratti diversi.

Lavoriamo gomito a gomito. Stesso orario – dalle 6 alle 14 e dalle 14 alle  22 – e stesse mansioni, la paga invece no, questa cambia. L’indennità di turno prevista dal contratto nazionale a qualcuno viene riconosciuta e applicata in busta paga, agli altri – la maggioranza, tutti con contratto Euroemme – rimane solo il fumoso “stai tranquillo” degli uffici al primo piano.

L’indennità di turno è soltanto una percentuale che oscilla tra il 15 e il 20 per cento. Ma se la rapporti a un salario orario che a malapena supera i 6 euro fa la differenza.

Oggi è diverso. La vecchia proprietà ha ceduto il passo agli svedesi e a fine anno abbandonerà anche gli uffici del primo piano. La cosa preoccupa.

“Con gli altri potevi discutere, li conosciamo bene e ci diamo del tu. Gli svedesi chi sono? E poi non parlano nemmeno l’italiano”.

“Sicurezza e salubrità dell’ambiente di lavoro”, gli addetti ai lavori la chiamano così. Una definizione usata anche dagli uffici del primo piano. Ogni operaio dovrebbe possedere, oltre ai guanti, scarpe antinfortunistiche e cuffie antirumore. Kit elementare da consegnare al nuovo assunto già il primo giorno di lavoro.

Sono le stesse circolari uscite dalla stampate del primo piano a dirlo. Lo affermano con imperio da ogni muro disponibile della fabbrica.

Su tutto, però, prevale il nuovo pragmatismo imprenditoriale: prima produci poi vedremo.

Ne ho parlato con il rappresentante sindacale, unica presenza Fiom all’interno della fabbrica. Quattro parole scambiate in fretta durante la pausa caffè. Anche lei non riesce a trovare risposte adeguate. È delusa, dubbiosa. Anni di isolamento l’hanno relegata fra i fantasmi.

Meglio non farsi scoprire a colloquio con lei. In fabbrica lo sanno tutti.

“A parole sono tutti con te, ma quando si tratta di agire, di assumersi delle responsabilità, allora ritrovi sola, completamente da sola” dice.

Racconta di un clima fatto di ricatti più o meno velati. Di contratti a tempo determinato il cui rinnovo dipende “dall’affidabilità e dalla tranquillità” dimostrati dall’operaio.

Patrizia i problemi li conosce. Norme di sicurezza spesso disattese. Ogni giorno è costretta a sbatterci il muso, e come tutti gli altri è costretta a inghiottire il rospo.

“Se potessero mi metterebbero fuori da subito”.

“Qui i sindacati non sono mai entrati”, negli uffici del primo piano se ne fanno un vanto. Quasi fosse un marchio di fabbrica.

Alla Camera del Lavoro raccontano di assemblee regolarmente deserte e di un padrone sorridente. Sfacciatamente gioviale con i sindacalisti vinti dall’azione di disturbo preventivo.

“Prendono i nomi di chi ci va”, basta veramente poco per spaventare chi è costretto a vivere il lavoro come gentile e magnanima concessione di uno che si è fatto dal niente.

Il bastone la carota, niente di nuovo. E all’Euroemme di nuovo c’è ben poco.

Nata negli anni cinquanta grazie all’impegno di un imprenditore operaio. “Con gli operai ci sapeva trattare e lavorava con loro” racconta chi lo ha conosciuto. L’azienda nel corso degli anni non ha mai cambiato filosofia. Oculatezza nella scelta di chi assumere: “Nessuna testa calda, non ne abbiamo bisogno a noi serve gente che abbia voglia di lavorare”. Una stretta di mano per rendere durature decisioni appena prese. Il regalo per le nozze o per la prima comunione della figlia dell’operaio che “era con me fin dagli inizi”. La bottiglia o il cestino a Natale.

Il mondo contadino si riscopre industriale senza dimenticare le proprie tradizioni. Roba di trent’anni fa, roba da boom economico. Già, ma di quel paternalismo padronale, prodotto tipico di un entroterra ligure democristiano da sempre, in fabbrica se ne respira ancora tanto. Vicini di casa, parenti e amici lavorano in azienda. La lingua ufficiale è dialetto e l’iscrizione al sindacato diventa mancanza di rispetto: “Ancora grazie che mi hanno dato un lavoro”. Sono gli stessi operai ad avere paura dei cambiamenti.

“Niente di personale – si scusano prima di defilarsi – è soltanto l’esperienza che consiglia una maggiore discrezione”. “Io se c’è un incontro coi sindacati ci posso anche venire, ma solo per sentire cos’hanno da dire”.

Alla Munters Euroemme la flessibilità è norma, si chiama precarietà stagionale. Perché quando il mercato tira si assume a tempo determinato. Stagionali alle dirette dipendenze della Munters Euroemme e manodopera in affitto. Per questi ultimi l’alibi aziendale si chiama “picco di lavoro”. Contratti mensili o bimestrali, come il mio, permettono un maggiore controllo delle “teste calde”. Del resto la quotidianità odora di tacito e condiviso ricatto, da accettare se vuoi poter continuare a contare sullo stipendio ad ogni inizio mese.

“Se vuoi rimanere a lavorare qui dentro devi stare tranquillo”, nessuno lo dice, ma chi passa otto ore fra Em50 e collettori in attesa di stampaggio conosce le regole. E suo malgrado le accetta.

La realtà che vivo fa nascere domande e dubbi che giro alla direzione aziendale. La proprietaria, erede con il fratello dell’azienda famiglia creata dal padre, preferisce “non commentare”. Non nascondo di essere un giornalista e chiedo un nuovo appuntamento il giorno stesso delle mie dimissioni. Lei sottolinea il fermo “no comment” già opposto in precedenza e mi accusa di “provocazione” quando insisto con situazioni vissute fino al giorno prima.  La colonnina portacomandi della Gigant che ancora aspetta una sistemazione conforme alle norme e cuffie antirumore difficili da conquistare, così come le scarpe antinfortunistiche. Immagini difficili da dimenticare per chi le ha vissute o le sta ancora vivendo. Lo dico e passo da provocatore.

Poco più di due mesi separano le mie dimissioni dall’assunzione come operaio in affitto a fine maggio. Sono arrivato in reparto appena in tempo per partecipare alla nascita di una rappresentanza sindacale unitaria, il vecchio Consiglio di fabbrica, in un’azienda da sempre refrattaria a ogni interferenza esterna.

La voglia di scriverne, di raccontare mi ha spinto alle dimissioni prima del tempo. Una telefonata, per avvisare che la mia esperienza aveva termine quel giorno e poi una firma sulle tre copie della lettera di dimissioni. Con la Temporary è stato facile, fuori uno e sotto l’altro. Come le lastre nella pressa. Nemmeno due ore e sono tornato ad essere ufficialmente disoccupato. Nel pomeriggio l’appuntamento con la padrona. A tempo anche lei, a fine anno lascerà, però continua a comportarsi come se tutta la fabbrica ruotasse ancora intorno a lei.

Il mese scorso era solo un sogno. Un’utopia da sognare nei ritagli di tempo, oggi la Rsu è una realtà e al primo piano si mastica amaro.

La storia di quel sogno inizia il 21 giugno, il giorno dell’assemblea. Era tutto organizzato. Un’ora per turno. Appena il tempo di conoscersi, di iniziare la discussione. Comunque è un inizio.

Tutto è nato poche settimane prima, in modo casuale. Un’idea buttata lì senza troppo pensare. Tanto per dare una risposta alle domande di chi prova a seguire un telegiornale e non capisce.

“Quelli parlano tanto di articolo 18 e di Statuto dei lavoratori. Che roba è?”.

Troppo giovane per ricordare lotte che nessuno gli mai raccontato, Gianni cerca di capire.

Sui venticinque, Gianni ha in tasca il contratto a tempo indeterminato: “Tre anni. Me lo hanno fatto sospirare per tre anni, di tre mesi in tre mesi. Poi quello che faceva girare la macchina prima di me se ne è andato e allora sono entrato io”. Adesso vuole sapere di diritti e di contratto. Di lavoro e di ricatti già ne sa. Glielo hanno spiegato anni di precariato e di doppio lavoro.

Anche adesso  ha un secondo lavoro. Muratore in nero nel fine settimana. Lo stipendio della Munters non arriva ai novecento euro e lui ha comprato l’automobile. “A rate e con la firma di mio padre come garanzia, ma devo pagarla io” dice.

Spiegare il contratto, diritti altrimenti ignorati, quarant’anni di storia da riassumere in mezz’ora di pausa pranzo. Un’impresa impossibile da condensare.

Un incontro con il segretario provinciale Fiom. Un’assemblea?

“Già, perché non organizzare un’assemblea?” ha risposto senza troppa convinzione Patrizia.

Non ha voglia di accettare rischi senza la sicurezza di una contropartita e lo dice: “Non voglio ritrovarmi a combattere da sola, come l’ultima volta”.

“Se ti può essere utile una spalla” azzardo.

Operaio interinale e per questo senza diritto di voto. Appartengo ad altra azienda e non posso decidere delle sorti di questa, ma posso aiutare. Tenere i contatti e portare materiale. Il lavoro ad interim offre maggiore flessibilità, anche nell’attività sindacale. E raggiungi il massimo se non hai l’assillo del contratto che sta per scadere.

Mancano pochi giorni allo sciopero regionale promosso dalla Cgil e qualcuno timidamente si informa sul tanto discusso articolo 18. Segue il telegiornale e vorrebbe saperne di più.

“Già, perché non organizzare un’assemblea?” ha risposto senza troppa convinzione Patrizia.

“Uno dei punti all’ordine del giorno potrebbe essere il riconoscimento dell’indennità di turno” la butto lì.

“Va bene, ma non parlate di politica altrimenti non viene nessuno” si è raccomandata Patrizia.

E il volantino si è adeguato: “Assemblea dei dipendenti Munters Euroemme spa, odg: premio di produzione, tutela articolo 18, costituzione Rsu”. Affisso non senza difficoltà in bacheca ha creato curiosità e qualche aspettativa. Forse potrebbe vincere anche antiche paure. A voler credere alle promesse di una presenza certa la sala mensa sarà affollatissima e l’assemblea un successo. Forse.

Maurizio non c’è neanche oggi. Sono due giorni che non viene. Peccato.

Nel pomeriggio c’è l’assemblea sindacale, la prima mai tenuta in questa fabbrica. L’avrebbe comunque persa, la sua paura di ritorsioni è più forte della necessità di avere risposte.

Ha chiamato ieri mattina per avvisare, alle otto quando arrivano anche gli impiegati. Prima è inutile, il centralino è deserto e nessuno smista le chiamate in reparto e anche se lo facesse il risultato non cambierebbe: anche il caporeparto entra alle otto. Lui non fa turni.

Infatti ci siamo dovuti arrangiare da soli. C’è la produzione da mandare avanti, mica palle. Maurizio ha chiamato alle otto e cinque precise. Credo stia male veramente.

Figurarsi! Uno come lui? No, è impossibile che abbia deciso di bigiare la fabbrica. Per una partita di calcio? No, con tutte le paure e le ansie che si trascina dietro è impossibile.

Due telefonate: una agli uffici e l’altra al capo: “Entro domani le mando il certificato… lo porta mia moglie quando smonta dal lavoro. No oggi non ce la può proprio fare, oggi è impegnata  tutto il giorno a Arma con l’impresa invece domani è a Imperia e allora cinque minuti li trova senz’altro”.

Lo sapevo. Maurizio non è mica Mattia che lavora a singhiozzo. A ogni partita della Nazionale lui non si presenta. Permessi, ferie e giornate di lavoro bruciate davanti alla televisione. A lui non importa.

“E che cazzo, sveglia ragazzi ci sono i Mondiali” spiega a ogni rientro.

“Ha vent’anni, vive in casa coi suoi e può ancora fregarsene” dicono in reparto.

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Written by Il Secolo21

agosto 30, 2010 a 10:13 am

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