Il Secolo 21

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Federico Aldrovandi, una storia italiana.

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Federico Aldrovandi.

Patrizia Moretti è la mamma di Federico Aldrovandi, Aldro, il ragazzo massacrato di botte da quattro poliziotti nel settembre del 2005, nell’educata e provinciale Ferrara.

Incontrata a margine del Festival del giornalismo dell’Internazionale, mi racconta questi cinque anni di vicissitudini giudiziarie, fra coperture interne alla Questura, indagini non avviate dalla Procura, reticenze varie ed un continuo appellarsi alle regole della democrazia per ottenere la verità dopo la morte violenta del figlio. La storia della famiglia Aldrovandi è significativa non solo per la sua forza emblematica, ma anche perché dietro ai nomi dei personaggi che si avvicendano in questa triste vicenda, si può intravedere chiaramente il modus operandi che si affanna a nascondere l’evidenza nel momento in cui le forze dell’ordine sono chiamate in causa per un abuso di potere, in questo caso eccesso di violenza, rivelatosi letalmente sadico e omicida. Una storia italiana.
Nella sentenza di primo grado i quattro poliziotti, Paolo Forlani, Enzo Pontani, Luca Pollastri e Monica Segatto: sono stati condannati a 3 anni e 5 mesi per i 4 poliziotti. Condannati per omicidio colposo, anche se in realtà, come spiega Patrizia, erano stati iscritti nel registro degli imputati per omicidio preterintenzionale.

Cosa è successo nel momento in cui Federico è stato ammazzato?

Il meccanismo è scattato in quelle 5 ore durante le quali nessuno ci ha telefonato per avvertirci di cosa era accaduto. Era domenica mattina del 25 settembre del 2005,  fra le 6.00 e le 11.00. Tutta la Questura di Ferrara era presente in Via dell’Ippodromo, sono stati richiamati anche gli agenti che erano in riposo e sono stati mandati in giro per il vicinato a citofonare a tutti. Hanno fatto il giro delle case domandando alle persone che cosa avessero visto e aggiungendo bugie di ogni sorte sul conto di Federico, che era un albanese, drogato, esagitato etc etc. La gente del quartiere era molto spaventata. In quel momento avrebbero potuto salvare la vita di mio figlio e non lo hanno fatto . Viceversa dopo, il sostegno è stato grandissimo anche perché chi di più, chi di meno, ma molti hanno avuto queste esperienze.

Nessuno di loro a raccontato cosa è successo veramente per paura?

Di tutti loro ha parlato solo Annmarie, una donna camerunense, con il permesso di soggiorno in scadenza, una persona, insomma, con tutto da perdere e niente da guadagnare. La sua coscienza però le ha fatto fare un passo in avanti. E’ stata l’unica, in un quartiere borghese e questo dice molto su che tipo di paese sia l’Italia di oggi. Nel giugno del 2006 è stato fatto l’incidente probatorio, in modo che la sua deposizione, nel caso non le avessero rinnovato il permesso e fosse dovuta tornare in Africa, avrebbe potuto comunque costituire una prova nel processo.

E’ bastata la sua deposizione per andare a processo?

Ferrara, 23 settembre 2006. Manifestazione per chiedere giustizia per Federico.

La deposizione in incidente probatorio insieme ad una perizia medica e dopo una manifestazione di migliaia di persone per le strade della città organizzata il 23 settembre del 2006 che finalmente ha fatto si che arrivasse il rinvio a giudizio degli agenti.
Il processo di I grado parte nell’ottobre del 2007. Con il pubblico ministero Nicola ProtoLa sentenza arriva nel luglio 2009 ed è di condanna per tutti gli imputati. Vengono condannati però a pene basse probabilmente perché da una parte le pressioni del Procuratore capo Messina che puntava all’archiviazione e dall’altra il Pm Proto che voleva proseguire per una condanna per omicidio preterintenzionale, hanno fatto si che in finale si procedesse per omicidio colposo. Nel maggio del 2011 comincerà il processo di appello.

IL MECCANISMO.

Quando mi racconti del meccanismo scattato a cosa ti riferisci?

Ascoltando i testimoni in aula durante il processo per omicidio, è scaturito un processo parallelo: un Aldrovandi Bis.

In realtà, prima del processo, la polizia non aveva effettuato indagini.

L’ispettore capo della polizia giudiziaria della Procura era infatti il convivente della Monica Segatto, l’unica donna coinvolta nell’omicidio, e presiedeva l’ufficio in cui i funzionari avrebbero dovuto indagare. Entrambi sono tornati a Padova adesso, la loro città di origine.

A che risultati è giunto il secondo processo?

Nel processo parallelo sono coinvolti 4 funzionari della questura, un dirigente capo delle volanti e tre ispettori capo. Tre di loro sono già stati condannati con rito abbreviato per calunnie, depistaggio e falso in atti di ufficio, a pene che vanno dagli 8 mesi ad un anno. Il quarto funzionario, che non ha patteggiato, andrà a breve a processo.

Fra questi Casoni è il primo funzionario ad arrivare sul posto dove già si trovavano le due volanti della polizia con Federico. Al telefono con Bulgarelli, il centralinista della Questura, lo avverte di staccare il nastro che abitualmente registra le telefonate effettuate, per poter parlare liberamente e organizzare una sorta di copertura. Si scopre nel processo che il nastro in questione era stato poi nascosto da Bulgarelli.

Che impressioni hai avuto in tribunale?

Durante il processo mi ha colpito molto l’arroganza dei poliziotti, Paolo Forlani, Enzo Pontani, Luca Pollastri e Monica Segatto, mai un attimo di dubbio e la convinzione di essere impunibili.

Perché hai questa sensazione?

Prima del processo, dopo 5 mesi dalla morte di Federico, tutti contavano sull’archiviazione e si erano avvalsi della facoltà di non rispondere, erano sicuri ed effettivamente tutta la Questura, e non solo, aveva lavorato per questo fine.

Tutta la Questura e non solo?

Da una parte il primo pubblico ministero Maria Guerra, che aveva iscritto gli indagati per omicidio preterintenzionale, salvo poi di mettersi nel marzo del 2006 per motivi personali, per una storia collegata ad un’operazione di polizia dove era finito anche il figlio per spaccio di stupefacenti, poi i sindacati di polizia che avevano fatto partire una raccolta di firme in solidarietà agli agenti e per ultimo l’ex Procuratore capo Severino Messina, adesso in pensione, che prima dell’eventuale processo si era preoccupato di affermare che Federico non era morto a causa delle percosse.

E noi delle percosse non sapevamo ancora nulla, solo dopo sei mesi, ad esempio, grazie ad un’interrogazione parlamentare, abbiamo saputo da Giovanardi durante una diretta televisiva dal Parlamento, in question time, che quel giorno su Federico vennero spezzati a forza di botte due manganelli in dotazione dei poliziotti.

Il procuratore Messina, in una sorta di intimidazione legale, ha anche proceduto ad identificare i giornalisti e direttori dei giornali che avevano trattato la storia di Federico. Per fortuna il blog invece mi ha dato la possibilità di far uscire la storia da Ferrara e farle acquistare una dimensione nazionale, a quel punto con tutta l’opinione pubblica puntata sulla città si è dovuto procedere per capire cosa fosse veramente successo quel giorno.

LA VERITA’ GIUDIZIARIA.

Qual è la verità giudiziaria sulla morte di Federico?

Federico Aldrovandi in Via dell'Ippodromo. Dopo le percosse, gli agenti sopra di lui, ammanettato, hanno effettuato una pressione tale da impedirgli di respirare, bloccando il suo cuore traumaticamente.

Dopo le percosse, gli agenti sopra di lui, ammanettato, hanno effettuato una pressione tale da impedirgli di respirare, bloccando il suo cuore traumaticamente. E’ stato anche riscontrato un ematoma nel fascio di HIS, che è quel muscolo che da gli stimoli elettrici al cuore, facendolo battere. Sono state riscontrate su Federico una cinquantina di ferite, ciascuna delle quali sarebbe stata il minimo per istruire un processo. Non lo volevano ammazzare, ma certo volevano fargli molto male. Il perché di questo dal processo non è emerso, dobbiamo ancora capire cosa sia effettivamente successo nei primi 20 minuti, visto che la deposizione di Anne Marie riguarda le fasi subito successive. So solo che 4 agenti hanno chiamato i rinforzi per un ragazzo di 70 chili, invece di chiamare un’ambulanza. E mio figlio gridava, rivolto ai suo assassini: “Sono Federico aiutatemi. Non riesco a respirare aiutatemi.” La prima volante era già in via dell’Ippodromo, mi domando se forse Federico avesse visto qualcosa?

Che è successo dopo la sentenza?

Degli agenti condannati nessuno lavora adesso qui a Ferrara, ma tutti continuano a lavorare armati per le strada. Tutti comunque, Ferrara è piccola e le cose si vengono a sapere, hanno delle storie disciplinari abbastanza pesanti alle spalle e sono famosi per essere dei violenti.

Nelle istituzioni nessuno si è mosso per cercare la verità?

Nel febbraio del 2006, prima ancora che si sapesse della testimonianza di Anna Marie, Gaetano Sateriale ex sindaco di Ferrara durante la festa della polizia municipale e di fronte quindi anche ai dirigenti della Questura, ha chiesto di fare chiarezza su un caso di morte violenta. Nel giugno successivo c’è stato l’incidente probatorio di Anne Marie. Nel dicembre il Ministro Amato in visita a Ferrara ha parlato con mio marito, una settimana dopo il questore Elio Graziano è stato trasferito e sostituito da Pierluigi Savina.

Il processo è partito due anni dopo la morte di Federico.

La cosa molto importante è che non ho mai avuto mezzo dubbio di ottenere una condanna, ma non avevamo idea degli ostacoli che avremmo dovuto affrontare. Lo Stato ti volta le spalle, appena si manifesta l’ipotesi di un reato che coinvolge apparati statali dovrebbe attivarsi immediatamente, invece al contrario scatta un meccanismo di autodifesa a tutela di chi ha commesso i reati. Io ero disposta a vendermi la casa per arrivare alla verità, ma se non hai i soldi dovrebbe essere lo Stato che sostiene chi ha subito queste tragedie ed è per questo motivo che tantissimi di questi casi non emergeranno mai. Perché ti trovi a lottare contro chi ti dovrebbe aiutare. Bisogna raggiungere un cambiamento culturale, bisogna cambiare le regole a monte, solo la famiglia, se può, lotta in prima persona, lo Stato ti abbandona e non è certo questo il paese che voglio lasciare a mio figlio.

Leggi anche: “Se l’è cercata e poteva restare a casa sua.”

“Che cos’è un omicidio di Stato?”

” Stefano non c’è più”.

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Una Risposta

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  1. Alessandro Chiarelli, poliziotto e segretario provinciale del SIAP di Ferrara interviene sulla vicenda, i commenti che scaturiscono dalle sue opinioni sono molto interessanti, a me ha colpito molto questa sua frase:”Ancora di più dispiace che tutto il resto sia rimasto uguale. Perché uguale è l’impreparazione specifica dei poliziotti ad affrontare le situazioni di violenza. Non hanno, non abbiamo il minimo addestramento fisico e non abbiamo neppure l’idea di come gestire emotivamente le reazioni e lo stress di uno scontro fisico. Ci si arrangia, ognuno come può. Anche le dotazioni sono rimaste quelle. Mitragliatori, pistole e manganelli. Eccola qua la scelta degli strumenti per vincere una resistenza. La polizia di una potenza occidentale.[…] pensare che lo Stato non ha fatto niente di concreto per aiutare la polizia italiana a migliorare se stessa.

    Il Secolo21

    novembre 11, 2010 at 8:23 pm


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