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Che succede in Via Armando Diaz 2?

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La questura di Genova è sotto tiro. I riflettori dell’attenzione pubblica sono rivolti al numero 2 di Via Armando Diaz perché negli ultimi anni più di un caso ha portato a livello di dominio pubblico il consumo e traffico di sostanze stupefacenti ad opera di personale in divisa. Personale che ha lavorato nella repressione degli stessi reati che commetteva.

la questura di Via Armando Diaz

In particolare si tratta di cocaina, la sostanza che in questo periodo vive di nuova giovinezza commerciale: i prezzi sono bassi mentre l’ndrangheta ne gestisce lo smercio a livello planetario. Le vicende della questura della sesta città italiana aprono quindi uno squarcio sul mondo in divisa, un mondo che per le sue concatenazioni istituzionali è spesso di difficile monitoraggio, una realtà, quella in cui agiscono quotidianamente le forze dell’ordine, che si tende fra il mondo criminale e la vita di chi ne indaga la densità. Il tutto spesso senza una netta soluzione di continuità fra due risvolti del medesimo oggetto. E del resto non potrebbe essere altrimenti. E’ importante infatti che questo aspetto sia chiaro per comprendere le dinamiche che rendono possibile queste situazioni spiacevoli per chi ha fiducia nella forze armate e imbarazzanti per le stesse. Nel lavoro della tutela dell’ordine i due lati della società, chi infrange le regole e chi le impone, sono infatti fisicamente contigui: nelle strade, durante i pattugliamenti, nelle perquisizioni, si cercano, si osservano, si studiano reciprocamente, in un balletto di ruoli e responsabilità, piste aperte e altre tralasciate, sino a quando non si decide che è arrivato il momento di salpare la rete e intrappolare chi vi si trova.

I poliziotti non possono conoscere la reale portata del fenomeno criminale della città in cui lavorano, se non affidandosi spesso ad attori che fanno parte a vario titolo di tale mondo, i confidenti, i collaboratori sono infatti esponenti della fauna criminale, spesso di basso profilo, ma di lungo corso, insomma interlocutori privilegiati, perché interni a certe dinamiche. E’ in questi necessari rapporti che spesso si creano le basi per le attuali vicende di cronaca. Può succedere infatti che il rapporto di lavoro diventi più ambiguo, si personalizzi, cercando di spuntare la situazione a proprio guadagno. Se poi si riflette sulle quotidiane condizioni di lavoro delle forze dell’ordine si può arrivare a capire anche come si possa colmare la frustrazione e il disincanto con un tornaconto personale in termini di evasione o arricchimento. Sia per gli agenti più giovani che per quegli più anziani.

Nel 2007 a Genova abbiamo avuto tre ispettori della squadra narcotici, Sivolella, Percudani e Berlingardo accusati di aver spacciato droga dal 1995 al 2006. Condannati in primo grado a 30 anni complessivi, (12 anni ai primi due e 5 anni e 4 mesi al terzo), hanno visto le loro condanne ridotte in appello, rispettivamente a 8 anni e a due anni e otto mesi. I tre furono incastrati da un pregiudicato con cui avevano dei rapporti non proprio improntati all’etica professionale. E questa situazione si protrasse per undici anni. Undici anni durante i quali questi tre agenti erano regolarmente in servizio alla questura di Genova, intercettando, arrestando e rilasciando i protagonisti di un commercio nel quale loro stessi avevano raggiunto un arbitrario conflitto di interessi. E per undici anni nessuno fece parola, avanzò dubbi, o presentò rimostranze. Senza la voce di un pentito i tre della narcotici sarebbero ancora la loro posto. E’ allora legittimo che un cittadino rispettoso delle regole si domandi come sia possibile che si possa verificare una disfunzione del genere senza che venga immediatamente scoperta e stigmatizzata? E‘possibile perché quegli agenti avevano, nelle loro legittime funzioni, autonomia, margine di manovra, discrezionalitàassoluta e il potere di decidere sino a che punto forzare certe relazioni. E se ne sono semplicemente approfittati.

A questa gravissima vicenda apripista si sono susseguiti altri esempi di devianza in divisa, forse con uno spessore criminale meno ampio, ma sicuramente sintomatici di un problema che vizia il lavoro onesto a scapito della credibilità di tutta una categoria. Nel febbraio 2009 scoppia infatti un altro caso analogo, vengono arrestati due giovani poliziotti, Stefano Picasso e Morgan Mele, con l’accusa di aver venduto cocaina. La stessa cocaina che dovrebbero sequestrare. E le intercettazioni che hanno portato all’arresto svelano che circa una trentina di agenti in servizio alla questura genovese sono stati segnalati alla prefettura come consumatori abituali della sostanza incriminata. Oltre alle parole ascrivibili a reati emerge inoltre anche tutto uno sfondo di arroganza, perversione e consapevolezza di agire protetti dalla divisa, e quindi impuniti perché punitori. Il questore Presenti affermò, come doveva: “ La polizia di Stato è sana”, come avrebbe potuto egualmente dire:“ Sono solo mele marce”, ma come credere a parole che sembrano solo una sigla formale che vuole porre fine al più presto all’attenzione verso una deriva molto scomoda per l’immagine della questura?

La scorsa settimana nuovamente le prime pagine dei quotidiani locali parlano di verbali choc e nuove intercettazioni. Il gestore di un locale di riviera ha testimoniato che agenti della polizia si introducevano in gruppo in bagno per sniffare e di essersi trovato costretto a farli allontanare. Fra loro sembra ci fosse anche Claudio Sanfilippo ex capo della squadra mobile di Genova e adesso vice questore a Parma.

Come interpretare questa nuova rivelazione? Essere portati a vedere un continuum, un modo di agire comune e trasversale è una bella e triste tentazione.

La magistratura attesterà le responsabilità penali di queste condotte, condanne esemplari, o insabbiamento dei processi, prescrizione e processo breve, le verifiche prenderanno il loro corso.

Ma se la memoria non è solo un appendice delle facoltà umane, sarà doveroso riflettere e ricordare tutti gli eventi che compongono un quadro che sarebbe utile osservare con precisione: la galassia ignota del comportamento deviante in divisa, gradi, coinvolgimenti, e modalità. Purtroppo però questo quadro organico di statistiche su base locale e nazionale manca. Non esiste un rapporto completo e non se ne conosce la reale portata e quindi l’incidenza. Si spera quindi che i politici per il futuro abbiano la sensibilità di pensarci su, prima di ribadire incondizionata fiducia istituzionale e di mettere fine a un fenomeno che indubbiamente viola il regolare svolgere della democrazia italiana.

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Written by Il Secolo21

dicembre 7, 2009 a 6:14 pm

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